ENZO NAPOLITANO

Storie a un passo dalla vita

Il principio dell’uguaglianza alla base delle Costituzioni democratiche moderne

di
Vincenzo Napolitano

Il principio dell’eguaglianza sta alla base di tutte le Costituzioni democratiche moderne. Ma ci sono vari modi per intendere l’eguaglianza ed esiste sempre il problema del «se» e del «come» tale principio venga attuato nella realtà.
La Costituzione italiana, all’art. 3, sancisce che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Ma la Costituzione non si limita soltanto a questa dichiarazione di principio generale ed insieme specifica che è compito dello Stato agire attivamente per estendere l’eguaglianza, rimuovendo «gli ostacoli di ordine economico e sociale», che di fatto limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. La Costituzione, dunque, si schiera a favore di un’eguaglianza non solo formale, ma sostanziale. Lo Stato, lungi dall’essere il supremo garante delle differenze tra i cittadini, deve invece impegnarsi almeno in prospettiva nel superarle al fine di assicurare «il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3).
Tutto il tessuto della Costituzione repubblicana dà rilievo al principio di eguaglianza; non c’è, nella Costituzione, distinzione o discriminazione alcuna motivata da ragioni razziali, religiose o etniche. «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro…» (art. 4); «la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche» (art. 6) ; «tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge» (art. 8). «La scuola è aperta a tutti» (art. 34); «la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore» (art. 37) : queste sono soltanto alcune delle enunciazioni con cui la Costituzione afferma il principio di eguaglianza. La strada per realizzarle è irta di difficoltà ed il fatto che siano affermate dalla Costituzione non comporta che siano automaticamente applicate nella vita di tutti i giorni. Si oppongono troppi interessi, legati ai vantaggi che dà ad alcuni il permanere di situazioni di diseguaglianza, sopravvivono leggi antiquate e soprattutto mentalità e pregiudizi radicati nel tempo. Dopo sessant’anni il processo di diffusione dell’eguaglianza iniziato con la Costituzione, nonostante i progressi avvenuti nelle leggi e nel costume, è lungi dalPessere compiuto e molti problemi sono ancora oggetto di discussione presso l’opinione pubblica e in Parlamento.
Tra i più attuali il problema dell’eguaglianza tra uomo e donna. Il sesso non può costituire motivo di discriminazione o di menomazione dei diritti rispetto ad altri soggetti giuridici. Grandi passi in avanti sono stati compiuti sul terreno dell’emancipazione femminile nella società e nelle leggi e sono ben lontani i tempi in cui le «suffragette» britanniche reclamavano il diritto di voto. Eppure per le donne italiane si tratta di una conquista relativamente recente; così ricorda Giovanni Ferrara lo storico avvenimento: «II 1° febbraio 1945, un decreto luogotenenziale firmato dal presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi estendeva alle donne il diritto elettorale attivo e passivo, cioè di votare e di essere votate. Si compiva così, in mezzo al fragore gigantesco della seconda guerra mondiale, un atto di clamorosa importanza per la storia italiana. L’ultima grande discriminazione tra cittadini di fronte al diritto di determinare la cosa pubblica e di partecipare in prima persona alla vita politica, legislativa e amministrativa, cadeva. La democrazia, dal punto di vista elettorale, era ormai completa: tutti gli italiani avrebbero votato con “voto eguale, libero e segreto” (Costituzione, articolo 48, comma 2). Nell’aprile-marzo e il 2 giugno di un anno dopo, con le prime elezioni amministrative libere dopo il fascismo, con il referendum fondatore della Repubblica e con l’elezione dell’Assemblea Costituente, circa 13 milioni di donne intervennero col loro voto a definire i rapporti di forza tra i partiti. Ventuno donne entravano alla Costituente». Da allora, per influsso della Costituzione, si sono avute, sia pure con esasperante lentezza, significativi progressi nella legislazione: via via vari punti del Codice Civile, decisamente superati, sono stati aggiornati, in rapporto ad esempio al diritto di famiglia. Concetti arcaici, che derivavano da norme di diritto medioevale, sono stati eliminati dai codici dando nuova dignità alla condizione femminile.
Tuttavia si deve anche avere consapevolezza del cammino che resta da fare. La condizione femminile appare contrassegnata da limitazioni tuttora presenti sia nei fatti, sia nell’ordinamento giuridico. Ciò appare soprattutto nel campo del lavoro, ma anche in materia giudiziaria, nel diritto di famiglia, e in tanti altri settori. Anche la violenza sessuale, che spesso la donna è costretta a subire, deriva certamente da antichi pregiudizi, ma anche dal più recente rifiuto di riconoscere alla donna le stesse libertà dell’uomo. Nasconde infatti, talvolta, un’oscura rivalsa nei confronti di un’indipendenza femminile sentita come una minaccia alla supremazia maschile. È significativo che il Parlamento abbia dibattuto per anni un progetto di legge sulla violenza sessuale, voluto dalle donne, e che in tale sede a lungo si sia discusso con sottigliezza di argomentazioni giuridiche se la violenza subita da una donna debba essere considerata un delitto contro la persona o semplicemente un’offesa alla morale. È infine prevalsa la prima tesi, ma sono indicative le resistenze che ha incontrato. Oltre a migliori leggi, l’emancipazione della donna è legata ad una più incisiva presenza istituzionale. Appare perciò particolarmente utile la costituzione presso la presidenza del Consiglio di una  Commissione per la parità tra uomo e donna, che si propone da una parte di individuare gli ostacoli alla parità dei sessi in campo sociale e civile, e dall’altra di proporre gli interventi adatti a promuovere nelle specifiche situazioni il miglioramento della condizione femminile.
Oltre al tema della parità tra uomo e donna, esistono altre esigenze che traggono ispirazione dal principio di eguaglianza, ad esempio i problemi delle minoranze linguistiche, che intendono salvaguardare e praticare la loro lingua originaria. Tocca allo Stato riconoscere l’importanza di queste esigenze, non solo per attuare l’art. 6 della Costituzione, ma anche perché valorizzare le diversità locali contribuisce ad arricchire i vincoli nazionali. Si ha del resto vera eguaglianza solo nel rispetto della diversità delle minoranze, che hanno diritto ad essere accettate e riconosciute come tali.
Come è noto esistono in Italia minoranze linguistiche di origine tedesca, franco-provenzale, slovena, sarda, croata, albanese, ladina, friulana, occitana ed altre ancora. Hanno ottenuto un’ampia tutela legislativa il gruppo linguistico tedesco dell’Alto Adige e il franco-provenzale in Val d’Aosta, qualche problema esiste ancora per il ladino (in provincia di Trento e Belluno) e per lo sloveno (province di Gorizia e Trieste). Ma in Italia le minoranze linguistiche vanno dall’Alto Adige alla Sicilia: nel Sud c’è un fiorire, ad esempio, di comunità albanesi e greche. Anche il sardo e il friulano aspirano a essere riconosciuti come minoranze linguistiche. Particolarmente serio il problema posto dagli oltre 50 000 zingari, che non risultano integrati nella comunità nazionale e subiscono una pesante emarginazione sociale. Dagli anni Settanta a oggi
il Parlamento ha discusso vari disegni di legge sulla tutela delle minoranze linguistiche, ora unificati in un unico progetto nazionale. Il lungo iter parlamentare, non ancora compiuto, testimonia già da solo quanto sia difficile, perfino in campo linguistico, trattare l’eguaglianza nel rispetto della diversità.
In fatto di eguaglianza, c’è un problema piuttosto delicato, che riguarda un po’ tutti e che è certamente più grave delle resistenze frapposte al riconoscimento delle diversità linguistiche. Si dice comunemente che gli Italiani non sono in genere razzisti, come gli Americani, i Sudafricani o magari i Francesi. Ospitali, cordiali, tolleranti e ben disposti, gli Italiani, sia pur con qualche scherzo di troppo, finiscono prima o poi per accettare ed accogliere benevolmente tutti. C’è certamente del vero in questo luogo comune, ma se si sfoglia la cronaca e si sta tra la gente, ci si accorge ben presto che ebrei, immigrati di colore, zingari, e magari anche i nostri Meridionali, non sono sentiti e trattati come eguali a noi. Esistono cioè dei pregiudizi diffusi che conducono a valutare negativamente la diversità della pelle, della religione, della cultura e del luogo d’origine. Alla discriminazione economico-sociale, già grave in sé e contraria ai principi della Costituzione, si intreccia oscuramente il pregiudizio razziale: il tentativo cioè di trasferire a livello biologico ciò che invece è il prodotto delle vicende storiche, e quindi modificabile nel tempo. Il fatto è che hanno messo radici profonde nella nostra memoria collettiva, senza che se ne sia pienamente consapevoli, importanti fenomeni storici italiani ed europei come l’antisemitismo, il colonialismo razzista, il mito della superiorità della razza ariana esaltato dal nazismo fino allo sterminio. Abbiamo un bel rifiutarle queste eredità della storia italiana ed europea, resta il fatto che, sia pur rimosse dalla coscienza, seguitano a vivere in noi sotto forma di istintivi pregiudizi. In fondo la questione razziale ha almeno un aspetto in comune con la questione femminile. Può capitare anche al più democratico di sentirsi superiore ad una donna proprio perché donna, o di diffidare di un ebreo proprio perché ebreo, o di trovare brutto e pericoloso un negro proprio e solo perché negro. Sono pregiudizi volgari, ma pericolosi perché hanno radici antiche ed ancora vitali. A questi fenomeni mentali e di costume c’è un solo rimedio: l’educazione al rispetto dell’altro, del diverso, per scoprire che poi è in definitiva un uomo o una donna come noi, nel bene e nel male. I mass media e la scuola hanno un’importante funzione da svolgere in questo campo, perché bisogna essere consapevoli che l’eguaglianza non esiste in natura: è invece una conquista, fra le più importanti, della storia; una conquista faticosa e precaria, che si può nuovamente perdere se non ci sforziamo di attuarla davvero nella vita quotidiana con le buone leggi e con l’educazione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: