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L’aspetto politico economico e sociale dell’Italia dopo l’Unità: i problemi amministrativi della Destra storica al potere

di Vincenzo Napolitano

ricasoliLa proclamazione del Regno d’Italia chiuse definitivamente il periodo eroico del nostro Risorgimento, aprendone un altro meno brillante ma più difficile, in cui bisognò infondere nelle popolazioni da poco annesse la “coscienza nazionale. L’unità territoriale per altro non completata nel 1860, non era tutto: “fatta l’Italia, bisognava fare gli Italiani”, come tenne a dire il D’Azeglio. L’Italia era stata unita dai suoi figli migliori, i quali rappresentavano la parte più evoluta della nazione, ma erano una minoranza.La massa del popolo, formata quasi esclusivamente da contadini arretrati economicamente e socialmente, non aveva partecipato al moto unitario e, quando non vi si era addirittura opposta, l’aveva seguito passivamente.Ai primi governi del nuovo Regno toccò inventare, di là dall’unità territoriale, un’amministrazione ed una finanza nuove, emanare leggi uguali per tutti, diffondere l’istruzione, costituire l’esercito, iniziare un’importante mole di opere pubbliche, aprire strade e ferrovie. L’Italia purtroppo si trovava, rispetto ad altri paesi europei, in condizioni di grand’arretratezza economica e sociale.Tranne il Piemonte, in cui la saggia amministrazione del Cavour aveva portato ottimi risultati, e la Lombardia, dove l’Austria, dal punto di vista amministrativo, aveva discretamente governato, le altre regioni erano in condizioni di notevole miseria ed abbandono. Gravissimo, poi, era lo stato del Mezzogiorno, che per secoli aveva dovuto sopportare prima il malgoverno spagnolo e poi quello borbonico. La miseria delle plebi era pressochè generale; l’analfabetismo superava l’ottanta per cento; scarsissime erano le strade; mancavano quasi del tutto le ferrovie; l’economia era arretrata; l’industria non esisteva o quasi. S’impose così all’attenzione degli statisti quella “questione meridionale” che per decenni ha costituito uno dei maggiori problemi politici nazionali e che non ancora è stata del tutto risolta. A questi gravi ed urgenti problemi di politica interna, s’aggiungevano poi quelli di politica estera, che per il momento si riducevano nel modo di poter riunire alla patria Venezia e Roma. Intanto il 6 giugno 1861 Cavour moriva lasciando insanabili contrasti fra le diverse forze e correnti politiche, schierate in Parlamento. Il partito moderato o della Destra era composto dai seguaci del Cavour, i quali, temperati conservatori, pensavano che i vari problemi, primi fra tutti quelli di Roma e Venezia, dovessero risolversi con calma, aspettando l’occasione propizia e con metodi diplomatici, in quanto il giovane Regno non era in grado di fare una guerra all’Austria, per strapparle Venezia, nè occupare Roma, senza provocare l’intervento della Francia, che si era assunta la difesa dello Stato Pontificio. Il partito d’Azione, o della Sinistra, formato dai democratici più accesi, in gran parte ex mazziniani, faceva capo a Garibaldi e sosteneva l’intervento, senza temere nè l’Austria, nè la Francia, facendo affidamento sulle forze popolari La divisione e la vivacità dei due opposti partiti in Parlamento provocò molti disordini anche nelle piazze. Tuttavia tra il 1861 ed il 1876 riuscì a prevalere la Destra, che ebbe il merito di aver organizzato lo Stato e di aver cercato di risolvere i primi problemi unitari. I liberali ressero lo Stato per i primi, difficili quindici anni: vi era innanzitutto da svolgere un’immane opera di unificazione legislativa ed amministrativa del Regno. La classe politica, che prendeva in mano l’eredità cavouriana, ben rattazziconsapevole delle difficoltà da superare, finì però con lo svolgere una politica troppo frettolosamente accentratrice, forse preoccupata dall’idea che la recente unità potesse fare naufragio; così che il risultato, nonostante le buone intenzioni, fu sconvolgente per alcune regioni italiane, che videro aggravarsi i loro problemi, anzichè risolti. A tutto il territorio italiano la Destra estese le leggi piemontesi, a cominciare dallo Statuto, e tutta la vita amministrativa si modellò su quella del Regno sabaudo. S’unificarono le finanze e l’economia; si formulò un nuovo codice civile e penale; s’unificarono i sistemi di peso e di misura sulla base del sistema metrico decimale e così la moneta, che fu la lira; si divise il territorio nazionale in 59 province. Fu incrementata l’istruzione pubblica, estendendo a tutto il Regno la legge Casati del 1859, con la quale lo Stato s’impegnava a dare ai cittadini l’istruzione gratuita. Inoltre, si creò un unico esercito dalla fusione delle truppe dei vari Stati unificati ed in base alla “coscrizione obbligatoria”, la quale suscitò forte malcontento, specie fra le masse rurali, si seguì il criterio d’inviare i soldati a prestare il servizio militare in regioni lontane da quelle ove risiedevano. Infine si dette mano alla costruzione di opere pubbliche, soprattutto strade e ferrovie, assolutamente indispensabili alla vita civile e sociale della nazione. Naturalmente fu necessario trovare i fondi per tutto con l’imposizione di forti tasse: ciò portò ad una pressione fiscale, che molti italiani, quelli delle province da poco annesse, neppure conoscevano. Per di più il fiscalismo della nuova amministrazione statale gravò con maggiore durezza sulle classi popolari, al punto che, quando le necessità del Regno fecero cadere sulle spalle dei contadini un carico enorme di tasse, tra cui quella odiosissima sul macinato del 1868, le masse rurali reagirono ora col brigantaggio ora con l’aperta ribellione, contro lo Stato “borghese”. In realtà, dopo la scomparsa del Cavour, il nuovo governo della Destra, presieduto da Bettino Ricasoli (1861-1862) affrontò davvero animosamente i gravi problemi del nuovo Stato; ma fu soprattutto in preda all’ossessione di rafforzare l’appena raggiunta unità. Così agì con estrema energia contro il brigantaggio, tanto che l’opera repressiva affidata al generale Cialdini, assunse un aspetto quasi da guerra fratricida: comunque, nel giro di pochi anni, lo sciagurato fenomeno scomparve e le province meridionali poterono essere inserite nell’Italia unita senza residui legittimisti. L’esperienza servì però alla Destra per confermare un rigoroso accentramento statale che strozzava ogni autonomia locale. Nessun risultato ottenne il Ricasoli a proposito della fariniquestione romana, che fu ripresa dal suo successore, Urbano Rattazzi (1862); egli confidò nell’opera diplomatica che tanto successo aveva conseguito in passato: tuttavia gli mancavano le doti e le qualità del Cavour. L’episodio poi dell’Aspromonte provocò un’ondata di sdegno popolare, da cui il Rattazzi fu travolto, tanto che dovette dimettersi. A lui successe il governo Farini-Minghetti, che cercò di risolvere la questione romana con la “convenzione di settembre”, un accordo con Napoleone III, in cui la Francia s’impegnava a ritirare le sue truppe da Roma e l’Italia a non attaccare il territorio papale. Ma tra i due contraenti gli intenti non erano identici: la Francia intendeva la convenzione come una definitiva rinuncia a Roma, mentre il governo italiano come una semplice battuta d’arresto, in attesa di una soluzione migliore. Gli eventi internazionali consentirono la definitiva occupazione di Roma (1870) e lo spostamento della capitale da Firenze in questa città. Ad ogni modo, la Destra, dopo la conquista di Roma, si trovò ad affrontare nuovi e gravi problemi: occorreva dare all’Italia volto e coscienza di nazione, portarla ad occupare nel mondo quel posto che le toccava e soprattutto toglierla dallo stato di arretratezza economica in cui ancora si trovava. Erano stati fatti grandi sforzi per promuovere l’industria ed il commercio, ma la produzione nazionale era ancora essenzialmente agricola e si serviva di tecniche primitive e poco redditizie. Oltre a ciò, le guerre erano state costose e le imposte gravavano pesantemente sulle popolazioni meno abbienti. La situazione ed il tenore di vita della nazione nel 1871 si presentava dunque molto simile a quello del 1861, quando la Destra tentava appena di organizzare lo Stato. I costi dell’unificazione, durante il primo decennio, furono elevatissimi: il deficit dello Stato raggiunse la cifra, per allora spaventosa, di oltre 700 milioni, il doppio cioè delle entrate annue. Fu merito soprattutto del Sella attuare un sistema di rigide economie, che permise di portare, nel 1876, il bilancio al pareggio. Ma per raggiungere questo traguardo fu necessario imporre nuove gravose tasse, fra cui quella sul macinato, che portò ad un aumento del pane e colpì perciò nuovamente le classi più povere. Ecco perchè, nello stesso anno, la Destra, accusata di fare una politica poco provvida nei riguardi delle masse popolari, dovette cedere il potere alla Sinistra. Fu il vero e proprio tramonto di quel partito che era stato l’espressione di quella “classe media”, che più delle altre aveva partecipato al moto risorgimentale e che, perciò, una volta raggiunta l’unità, si era manifestata conservatore e borghese, dimentico di ogni necessità popolare. Il tramonto della Destra fu dovuto a varie ragioni tra cui la gravità delle imposte a cui era ricorsa per risanare le finanze e l’impopolarità in cui era gradatamente caduta per avere contrastato le iniziative del partito d’Azione. Altro suo errore fondamentale fu in non aver saputo innovarsi con fresche energie: tuttavia i suoi uomini, provenienti generalmente da vecchie famiglie, avevano avuto una visione politica dei fatti precisa, anche se limitata e soprattutto erano stati mossi da grande onestà, al punto da considerare gli interessi della nazione superiori agli interessi del loro partito.Sostanzialmente la Destra fece l’unità d’Italia e guidò il paese negli anni incerti degli inizi, commettendo gli errori che possono compiere coloro che operano da pionieri. Forse è giusto azzardare che i quindici anni della Destra storica furono indispensabili e necessari per avviare il difficile processo di coagulazione nazionale.

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