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Luigi Capuana caposcuola del Naturalismo italiano

a cura di
Vincenzo Napolitano

capuanaNato il 28 maggio 1839 a Mineo (Catania), frequentò le scuole dei Gesuiti. Iscrittosi alla facoltà di giurisprudenza presso l’Università di Catania, prese parte al movimento insurrezionale siciliano. Avvenuta la spedizione dei Mille e liberata la Sicilia, pubblicò una leggenda drammatica in tre atti, intitolata «Garibaldi» nella quale esaltava le virtù eroiche del comandante. Abbandonata l’università dopo il secondo anno di studi, si trasferì a Firenze dove, per due anni, fu critico teatrale della «Nazione». Passato poi a Milano, dove collaborò al «Corriere della sera», si trasferì successivamente a Roma, nel cui Istituto di magistero femminile ottenne la cattedra di letteratura italiana. Rientrato in Sicilia nel 1902, insegnò lessigrafia e stilistica nell’Università di Catania. Qui si spegneva il 29 novembre 1915.
Romantico nel suo primo volume di novelle «Profili di donne» (Milano, 1877) la sua evoluzione artistica di tendenza naturalista sta fra Zola e Flaubert nel primo romanzo «Già cinto» (Milano, 1879). Il romanzo «II marchese di Roccaverdina» segna il passaggio del Capuana dal «naturalismo» ad un «verismo» che generalmente è assimilato a quello verghiano e che invece, pur avendo in comune quel filone di  paesanismo» siciliano, vivo e colorito, se ne differenzia per immaginosità che costantemente si arricchisce di elementi sempre nuovi, imprevedibili, oscillanti tra realtà e fantasia.

Orientato verso la poetica naturalistica francese, Luigi Capuana è considerato il caposcuola del «naturalismo» italiano; ma il suo primitivo naturalismo programmatico viene modificato dalla tendenza, sempre più accentuata, all’introspezione psicologica; il personaggio non è più «documento» di una tesi sociale, ma pretesto a uno studio, talvolta felice, di un’anima; quando le doti migliori del Capuana (il gusto della ricostruzione storico-ambientale, la predilezione per il ritratto a tinte forti, residuo, talora positivo, del suo naturalismo, la percezione di un qualsiasi dato psicologico) si fondono nella visione unitaria di una vicenda, nasce «II marchese di Roccaverdina», romanzo considerato una delle più forti opere dell’ultimo Ottocento per lo studio dei caratteri e delle passioni nel chiuso ambiente della nobiltà terriera siciliana.
Il Capuana, romanziere vigoroso, poeta schietto, critico attento ed acuto, è anche un felice narratore per l’infanzia. La predilezione per il meraviglioso scientifico che affiora in molte sue opere e che si stempera talvolta in un grottesco di gusto modernissimo, non si discosta da quel meraviglioso di altro genere che fece di lui un divertente narratore di fiabe.
«C’era una volta», raccolta di diciannove fiabe, pubblicata a Milano nel 1882, costituisce il primo saggio nel campo della letteratura per l’infanzia, nel quale confluiscono e si fondono felicemente l’esperienza del critico, l’abilità nell’imitare i motivi della fiaba popolare, la ricca coloritura di una narrativa schietta e agile che fa immediatamente presa sul lettore.
In queste fiabe i motivi dell’antico folklore sono rielaborati e arricchiti fino a diventare espressioni originali e nuove di un’arte che continua a suscitare una grande attrattiva sui lettori più piccoli. « Spera di sole », « Le arance d’oro », « Ranocchino », « Cecina », « Serpentina » sono i titoli di alcune di queste fiabe nelle quali, pur nel sottofondo comune, si ritrovano personaggi e vicende che suscitano simpatia e interesse. Anche se i personaggi appartengono a due categorie sociali diverse, da una parte i potenti e i ricchi (re, regine, reucci e reginette) e la gente comune dall’altra (contadini, fornai, sarti, ciabattini, mendicanti), non esistono « conflitti sociali » che ne avvelenano i rapporti in quanto mediatrice fra i due è la magìa: fate e maghi, che pur nel fascino sottile del mistero, conservano una dimensione umana e giungono al momento opportuno per stringere e sciogliere con malìe e incanti nodi complicatissimi. La conclusione delle fiabe segna sempre le vittoria del protagonista sia esso povero o ricco bello o brutto, debole o forte.
La narrazione procede svelta ed essenziale senza indulgere a descrizioni che cullino pigramente la fantasia del lettore, la quale è invece costantemente stimolata a partecipare alla vicenda dalla concisione e dalla incisività di un racconto, talvolta punteggiato da strofette di indole schiettamente popolare, da una diffusa vena di comicità genuina, che fa presa sul piccolo lettore.
In « Scurpiddu », pubblicato nel 1898 e considerato il suo capolavoro, il Capuana, tocca, talvolta, vertici di autentica poesia: il candore disarmante di Scurpiddu si riflette nella bellezza di una natura rasserenante che costituisce la viva scenografia di toccanti vicende. Mommo, soprannominato «Scurpiddu» perché secco e affilato come uno stecchino, è un fanciullo di nove anni orfano di padre e privo anche della madre che, in un’annata di carestia, ha lasciato il paese senza più dare notizie. Scurpiddu viene accolto, la cero e affamato, da padron Turi che, nel ricordo del suo bambino scomparso, lo prende con sé nella sua masseria. Qui il trovatello diventa un guardiano di tacchini, « un nuzzaru », e la sua vita si svolge fra le cure delle bestiole e il contatto inebriante e salutare con la natura. Un giorno ritorna la madre che viene ospitata dai buoni massai; ma ormai i dolori e gli stenti l’hanno fiaccata e muore. Scurpiddu passa così dalla gioia intensa ad un dolore che gli sembra debba schiacciarlo. La tristezza dell’ultimo viaggio dell’infelice madre verso il piccolo camposanto sotto il sole caldo e abbacinante viene come attenuata dalla visione della campagna florida e variopinta. Questa è il simbolo di una vita che continua, e al cui richiamo Scurpiddu, pur nella pena che ancora prova, non è insensibile : ammaestra i tacchini, impara il verso del cane, del gatto, il mugghio dei buoi; si rende utile in mille modi : sventa una incursione di ladri che vorrebbero rubare una mula, da l’allarme quando la masseria è minacciata da un incendio, in una alacrità di opere che lo trovano sempre di un entusiasmo e di una solerzia che gli conquistano la simpatia e l’affetto di tutti. Egli ha .però una vocazione segreta che scopre durante un viaggio a Catania, dove s’imbatte in un drappello di bersaglieri : fare il soldato e girare il mondo. I bersaglieri : questo corpo di uomini intrepidi e coraggiosi, che ha sempre esaltato e continua ad esaltare tutti, giovani ed anziani, con il ritmo travolgente del celere passo e le note elettrizzanti delle spavalde fanfare, accoglie Scurpiddu, iscritto come «Scaglio Gerolamo» nei ranghi della Prima Compagnia del Terzo Reggimento.
Il breve romanzo si conclude con immagini che non si sovrappongono a quelle precedenti, ma che ne sono il felice, naturale complemento. Semplicità e gaiezza si fondono a quell’amore per la generosità, per l’altruismo tanto congeniali all’animo di Scurpiddu, che nei bersaglieri trova come l’incarnazione più esaltante dei suoi sentimenti. «Cardello», romanzo apparso nel 1907, si riallaccia al filone artistico di «Scurpiddu» e pur se di questo non ha il lirismo ispirato preminentemente dalla natura, in stile agile e nervoso, esalta la tenacia, l’intraprendenza, la laboriosità.
Cardello, che vive solo con la nonna poverissima, è assunto come garzone da «Orso peloso» burattinaio girovago, uomo brutale, che tuttavia diverte i piccoli con le sue rappresentazioni. Cardello si affeziona alla moglie malaticcia e alla fi-glioletta del burattinaio e lascia la nonna per seguire i girovaghi. Durante il peregrinare la bimba muore; una sera, poiché lo spettacolo non è riuscito, il burattinaio si ubriaca e, in un momento di pazzia, uccide la moglie. Cardello, sconvolto, corre a denunciare il delitto, poi fugge; trova asilo presso un ricco sacerdote che ne fa il suo servi-torello, ma l’ansia di libertà da al ragazzo la forza di sottrarsi al grigiore di quella vita. Riprende il suo ramingare e trova, infine, occupazione presso un impresario edile, « il Piemontese », .trasferitosi in Sicilia per la costruzione di un acquedotto. Un giorno, Cardello, durante uno scavo, rinviene alcuni vasetti antichi di grande pregio, che suscitano in lui il desiderio di fabbricarne altri. Con la scoperta di stoviglie antiche Cardello scopre in se stesso la passione per l’arte assecondata dall’impresario. Sorge così una fabbrica di vasetti: con il successo vengono la gloria e la ricchezza.
Cardello simboleggia non solo tante creature umane flagellate dalle avversità, foglie volteggianti in un ciclo tempestoso, ma anche una volontà operosa, quell’ansia di cose nuove e buone già ritrovate in Scurpiddu. Così, pur se le vicende di questi due personaggi hanno una ambientazione e uno sviluppo diversi, esistono affinità psicologiche in entrambi : una comune insofferenza verso ciò che è chiuso, angusto : l’uno aspira a conoscere il mondo e per questo si arruola fra i bersaglieri, l’altro si abbandona all’estro di una fantasia che gli fa rivivere la meravigliosa avventura di un’arte sorta molti secoli prima.
La materia del romanzo sembra, così, condensata intorno a due poli che rappresentano i momenti conclusivi di due fasi della vita di Cardello : un fosco delitto, la cui descrizione rende partecipe il lettore dell’orrore e dello smarrimento del ragazzo; un’opera che, in virtù di una naturale predisposizione artistica, di una straordinaria sensibilità, di una alacrità appassionante, ripropone la figura del protagonista in una dimensione nuova. Nello scorcio di romanzo, a sfondo realistico, affiora un diffuso colore di favola nel quale scorre un rivolo di umana pietà, ravvivata da un costante amore per ciò che è bello e buono. Spunti felici si trovano in « Ricordi d’infanzia » nei quali riecheggiano i motivi autobiografici in un susseguirsi di episodi ora divertenti ora soffusi di nostalgia, pensosità : rivivono le monellerie della fanciullezza, le estasi della preghiera, i primi impeti di amor patrio.
In « Americani di Ràbbato » sono descritte le vicende di una famiglia di Ràbbato, paesino della Sicilia, che abbandona l’Italia attratta dall’eldorado americano e qui si disperde per poi ricomporsi nella terra natìa. Il fenomeno migratorio costituisce il sottofondo di questo romanzo nel quale però finisce col prevalere l’attaccamento atavico, proprio dei siciliani, al focolare domestico. Tra le molte novelle scritte dal Capuana si ricordano la raccolta intitolata «Il drago» che ha la struttura di un piccolo romanzo nel quale fa spicco la forte figura del protagonista: un vecchio divenuto misantropo dopo la morte della moglie e di due tenere figliole, accoglie due giovinette mendicanti che con la loro dolcezza e il loro affetto riescono a riconciliarlo con la vita. La graduale trasformazione psicologica del vecchio è colta con incisività e con acuto senso introspettivo.
Si ricorda infine « Gambalesta », romanzo di un fanciullo, staffetta fra Garibaldi e i congiurati durante la rivoluzione di Palermo sullo sfondo degli eventi del Risorgimento. I motivi dominanti sono l’inquietudine, l’ansia di nuovo che troviamo al fondo delle vicende, più felici sotto il profilo artistico, di Scurpiddu e di Cardello. Il Risorgimento era un periodo storico ancora vissuto per non stimolare la creatività dello scrittore. giudizio del Croce le fiabe del Capuana non sono che residui della sua arte, non esenti dalla malattia d’origine dello scrittore, al quale nega una impronta personale in quanto ubbidisce al suo istinto che non sa occultare in sé « il curioso di psicologia, di scienze naturali, il critico che si vale della riflessione ».
Il giudizio, in verità molto severo, del Croce, ha influito sulla critica successiva e il Fanciulli, pur riconoscendo che le fiabe sono «immaginose, fresche e piacenti», osserva che «non hanno la grazia delle prime invenzioni di Perrault; il loro mondo ha qualcosa di troppo preciso, di troppo chiaro e quindi veristico, che si spiega con il carattere dell’autore, ma non con quello del genere», Né sostanzialmente dissimili appaiono le valutazioni della Battistelli « Come i racconti, così le innumerevoli favole di Capuana sono improntate alla noncuranza d’ogni concetto etico e didascalico : pitture d’ambienti, descrizione spassionata di fatti, rapsodie di anime primitive, fuori da ogni tormento di critica, da ogni intima ricerca. Se questo giova a rendere svelte, fresche, le fantasie di Capuana e a conferire al lettore un primo senso di giocondità e di baldanza, lascia, però, a lettura compiuta, uno sconforto sottile : la coscienza della vanità e dell’amoralità di quel mondo multiforme in cui l’uomo deve limitarsi alla parte di spettatore e di registratore di fatti ». La Battistelli poi, mentre riconosce al Capuana il « merito di contrapporsi, in nome dell’arte e del diritto del bambino, ad una letteratura che sia opera d’arte, ad ogni esterno ideale didattico ed etico che voglia informare il racconto, la favola, la novella offerta al bambino », gli rimprovera «di credere che la sua arte impersonale, naturalistica, possa riuscire educativa».
Un’attenta lettura delle considerazioni della Battistelli inducono a individuare in esse i moti della critica crociana per cui non si concilierebbero nel Capuana aspetti antitetici della sua personalità artistica. Una valutazione spassionata e non preconcetta dovrebbe anzitutto prescindere da una contrapposizione del «romanziere verista» al «narratore: di fiabe», per accettare l’autore com’è nelle sue sfaccettature e giungere all’accertamento della validità artistica dell’opera. Ci sembra che proprio nelle fiabe immaginazione e stile appaiano depurati da quel bagaglio scientifico, filosofico e critico che avrebbero frenato l’impeto creativo. Magìa e folklore sono gli elementi che appaiono con maggiore frequenza nei libri che il Capuana ha dedicato ai fanciulli e si può affermare che, in genere, tali elementi non condizionino o inquinino la vena narrativa, perché filtrati attraverso un interiore ripensamento e ravvivati da una lucida e inesauribile fantasia, nella quale confluiscono lo schietto amore per la fanciullezza e il gusto raffinato per una satira sottile e garbata, per un grottesco giocoso e, talvolta, paradossale.
L’opera del Capuana, scrittore per l’infanzia, va quindi accettata come espressione di un forte e versatile artista che non poteva sottrarsi ad una realtà, parte viva di se stesso, come manifestazione dell’anima del generoso popolo isolano, che ancora oggi, con ingenuità commovente, crede si appassiona alle vicende degli antichi paladini, cantate da moderni giullari nelle pittoresche piazze dei borghi siciliani.

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