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Giovanni Giolitti, i Cattolici e l’Italia delle tante speranze

di Vincenzo Napolitano

Una delle personalità politiche più in vista del primo ventennio del Novecento fu senz’altro Giovanni Giolitti, che a detta dello storico Giampiero Carocci, fu il ministro degli anni felici dell’Italia dello sviluppo industriale, della conquista della Libia, della lira cartacea in buona salute. L’età giolittiana, quella caratterizzata appunto dall’opera politica del grande statista piemontese nei primi quindici anni del secolo, segnò l’apogeo ed il declino del sistema liberale, con il passaggio al suffragio universale, ma solo maschile, l’ingresso delle grandi masse organizzate nella vita politica, il rapido accentuarsi della concentrazione economica e la vita politica basata sui rapporti tra i partiti. E’ nell’età giolittiana che presero  vita i primi complessi industriali di rilievo e che cattolici e socialisti incominciarono ad organizzare il popolo. Per capire il perchè della svolta che si verificò ad inizio di secolo nella vita politica italiana, occorre ripercorrere brevemente la storia degli ultimi dieci anni dell’800. La Sinistra, al potere dal 1876, esaurita la sua spinte innovatrice con la riforma elettorale del 1882, che portò gli elettori da 600000 ad oltre due milioni, aveva finito per orientarsi in senso conservatore ed instaurare il cosiddetto “trasformismo”, unendosi a parte della Destra, per controbilanciare il maggiore peso che radicali, repubblicani e socialisti avevano acquistato in seguito alla riforma stessa. Era quello un periodo di profondo malessere economico per tutta l’Europa  ed in Italia la “grande depressione (1879-1896) si accompagnò ad una devastante crisi agraria. Tutto ciò spinse al protezionismo e alla gara coloniale. Tuttavia la politica espansionistica italiana, palliativo della crisi economica e pretesto per l’instaurazione di un regime autoritario, con il rovescio di Adua, significò anche la fine politica di Crispi e della Sinistra. Gli ultimi quattro anni di fine secolo, dalla caduta di Crispi alla costituzione del ministero Zanardelli del 1901, furono segnati da una profonda confusione: le forze con servatrici tentarono in ogni modo di dare una svolta autoritaria e reazionaria al regime. L’assassinio di Umberto I concluse questo periodo: il nuovo re Vittorio Emanuele III affidò il governo a Zanardelli, il cui più stretto collaboratore fu Giolitti. Ebbe inizio così l’età giolittiana e la svolta si avvertì subito, con l’instaurarsi di un nuovo clima nella vita politica e nei rapporti patronato-governo-classe operaia. Lo Stato non volle essere più il gendarme armato in difesa dei privilegi sociali, ma volle farsi arbitro dei conflitti sociali e mediatore tra le forze civili della nazione. In Giolitti si fece largo insomma un’apertura verso il mondo del lavoro, con l’accoglimento delle legittime esigenze della classe lavoratrice ed in particolare del proletariato. In tal modo, il governo metteva in pratica il sottile calcolo politico di togliere virulenza rivoluzionaria al movimento operaio, legalizzandolo, inserendolo cioè nell’ordine costituzionale.Il rapporto di Giolitti con i cattolici non fu più improntato all’assunto cavouriano che inteva una “libera Chiaesa in un libero Stato”, secondo la più antica tradizione liberale, cara alla Destra storica del primo decennio post-unitario: con loro Giolitti preferì scendere a compromessi, consapevole com’era della grande forza politica, che la Chiesa poteva rappresentare  e  si  adoperò  per  appianare  tutti  i  contrasti. Tuttavia sussisteva  ancora  il  nodo del  mancato  riconoscimento della nazione italiana da parte del governo pontificio e quindi la posizione critica del clero verso la vita politica e civile dello Stato. Agli inizi del XX secolo, infatti, malgrado le parti non lo confessassero si manifestava evidente, sia per i cattolici che per i laici, la convinzione che ormai su molti punti l’ultima parola era stata detta: la perdita del potere temorale, la legge delle Guarentigie, la soppressione di molti conventi, la sostanziale laicizzazione di molti istituti dello Stato furono alcuni dei motivi di questo divorzio tra Stato e Chiesa. Esisteva però la speranza, mai sopita, di un’alleanza tra cattolici moderati e liberali conservatori su vecchie questioni mai risolte in modo da lavorare su programmi di intervento comuni. Il conservatore insteva sulla necessità di avere come fedele alleato contro la minaccia del socialismo, la Chiesa e i cattolici. Fin dal 1898 si avvertiva l’oggettiva necessità di un riavvicinamento, che venne concretizzato poco più tardi  proprio da Giolitti. Lo statista piemontese operò su due fronti: iniziò una politica della mano aperta verso il partito socialista con l’intento di ingabbiarlo nel gioco parlamentare e spegnerne così la carica rivoluzionaria; dai cattolici invece, Giolitti ottenne l’appoggio in funzione antisocialista e cerò contemporaneamente di impedire che essi si organizzassero in partito autonomo. Una mano a Giolitti nell’impedire la costituzione di un partito cattolico autonomo la diede il nuovo papa Pio X, con l’enciclica “Pascendi”, in cui egli, preoccupato dei progressi del socialismo, dichiarò eretico ogni movimento politico d’ispirazione cristiana. Tuttavia i cattolici parteciparono alle elezioni del 1904 ed un primo manipolo di cattolici militanti entrò in Parlamento, a fianco di Giolitti, il quale nei confronti del nuovo elettorato inaugurò una politica di favori. Comunque fra gli stessi cattolici non vi era coesione: vi erano quelli legati alle organizzazioni economiche dei contadini ed ostili alle alleaznze coi liberali, i democratici cristiani di Murri e gli eredi di don Albertario; di diverso indirizzo erano i cattolici guidati dal Corneggia, che fondava tutto su alleanze clerico-moderate; c’erano infine le tendenze intermedie, capeggiate da Filippo Neda, legate alla tradizione della democrazia cristiana e, nello stesso tempo, inserite nel sistema liberale. Le posizioni di Romolo Murri prima e di don Luigi Sturzo poi erano però quelle che più rispecchiavano le grandi masse, che nel movimento cattolico si riconoscevano. Nel periodo che va dal 1907 al 1910 si diffusero ancor più negli ambienti governativi le tendenze conservatrici e filocattoliche: in questo periodo, i conservatori e Giolitti tesero ad identificare il sovversismo con l’anticlericalismo e tale tendenza si affermò definitivamente nel periodo successivo, con l’adesione dei cattolici alla guerra libica e l’ostentazione del loro patriottismo. In vista della riforma elettorale del 1912, i cattolici chiesero una più ampia democrazia, con elezioni aperte ai ceti popolari: questo costituisce il grande merito storico che si deve riconoscere ai cattolici, sul fronte delle lotte per il suffragio universale. Ad ogni modo la riforma, che introduceva il sistema proporzionale, non passò, per l’opposizione di Giolitti: egli aveva capito che in tal modo il partito liberale avrebbe dovuto dividere la direzione dello Stato con i cattolici. In occasione delle elezioni del 1913 Giolitti preferì stipulare il famoso patto Gentiloni, con cui i cattolici s’impegnavano, nella maggioranza dei collegi elettorali, a sostenere e votare per quei candidati liberali che avessero assunto l’impegno di ostacolare ogni eventuale legislazione anticlericale, tanto che, dopo il voto, si vociferò che l’intervento dei cattolici aveva evitato l’affermazione del socialismo in Italia. Ciò provocò in Parlamento e nel paese una forte reazione anticlericale e antigiolittiana, ma il patteggiamento dei voti fu effettivamente preventivato dal 60% dei deputati liberali, come fu appurato da una inchiesta; da quel momento e grazie alle trattazioni politiche di Giolitti, i cattolici vennero immessi nella vita dello Stato italiano. Lo statista piemontese aveva cominciato con l’accettare l’appoggio dei cattolici organizzati per rafforzare l’unità dei liberali conservatori ed eliminare quell’elemento di divisione e di debolezza, che era l’anticlericalismo; in cambio Giolitti chiese alla Chiesa di mettere da parte le nostalgie reazionarie ed antiunitarie, affidando ai cattolici però un ruolo subordinato ed impededo in ogni modo la formazione di un partito autonomo. Ad ogni modo l’entrata dei cattolici nella vita politica italiana, seppure sanò antiche ferite, costituì per Giolitti un’arma a doppio taglio, in quanto essi si rivelarono non come semplice forza politica, ma come forza organizzata gerarchicamente e nettamente di destra. L’avvento del movimento cattolico, che prese posizione netta e decisa contro la minaccia del socialismo, segnò così il tramonto del liberalismo riformista, che aveva caratterizzato la svolta giolittiana. Per gli anni a seguire, infatti, Giolitti dovette servirsi sempre più dell’appoggio dei cattolici, ormai fortemente legati ai grandi latifondi agrari. L’ultimo giolittismo fu così contraddistinto da un esasperato liberalismo conservatore, ormai anacronistico nel clima polemico e di ripresa economica degli anni venti, che infatti premiarono le forze politiche emergenti ed innovatrici, come il socialismo e il fascismo.

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