ENZO NAPOLITANO

Storie a un passo dalla vita

Dante Alighieri, figlio del Medioevo; Dante, padre della lingua italiana e cultore dei classici; il “sommo Poeta”, innovatore dello stile medio; Dante politico, mai servile e potente difensore della dignitas; la donna dantesca come pensiero finalizzato; il Volgare “veicolo di parola”

di Vincenzo Napolitano

Dante è uomo del Medioevo e figlio della civiltà comunale, vissuto in un delicato e particolare periodo storico, in una penisola divisa politicamente in tante piccole espressioni statali. Fin dall’età giovanile, egli ipotizza un’Italia unita almeno linguisticamente; tuttavia non si può affermare che l’Alighieri si sia spinto a teorizzare la creazione di uno Stato unitario, inteso in senso moderno. Discute invece sull’opportunità di trovare un idioma comune, in grado di superare le barriere dei vari dialetti regionali, e quindi fissa inconsciamente le premesse storiche per l’unificazione culturale e civile italiana. Ecco allora che Dante viene giustamente denominato “padre” della lingua italiana, nel ‘200 ancora nella delicata fase di formazione lessico-grammaticale. Egli assurge altresì alla massima manifestazione della società in cui vive, da buon figlio della civiltà dei Comuni. Spieghiamo il perché.
Nel rapporto tra uomo e divinità, nella libera osmosi e nella interdisciplinarietà dei contenuti, nella concezione scientifica ed aristotelica del mondo, nel valore e nelle consuetudini del rapporto d’amore umano, nel vigore e nella solennità delle rappresentazioni sceniche della vita ultramondana: in tutte queste dimensioni noi possiamo riscoprire Dante medioevale. Occorre però ben inquadrare l’Alighieri nel suo tempo, nell’umanità dei suoi personaggi, anche al di là del suo complesso Capolavoro; giammai Dante è avulso dalla realtà in cui vive. Ogni riferimento a teorie filosofiche, a concezioni di retorica, trova sempre riscontro nell’autenticità e nell’originalità dei personaggi, immersi nel dramma quotidiano della vita. Dante è presente nella realtà della sua Firenze, di cui si sente autentico figlio, ribelle contro i soprusi, la prevaricazione e l’affossamento del diritto. La sua presenza attiva nella vita politica della città oggi dimostra l’amore che nutriva e il legame che lo teneva alla sua città natale.
Anche nella disputa storica tra Guelfi e Ghibellini, e successivamente all’interno del partito guelfo, spaccatosi in due correnti di opposte vedute politiche (Bianchi e Neri), Dante, cosi afferma Natalino Sapegno, uno dei massimi studiosi del poeta fiorentino, non perde mai di vista quello che egli ritiene debba essere lo scopo prioritario di chiunque si occupi della cosa pubblica: il benessere dei cittadini. Ecco perché allorquando si verifica la frattura, legata a motivi di ordine politico, sulla forma di governo migliore per la città, il Poeta si schiera nelle fila dei Bianchi, manifestando così la sua ferma protesta contro i tentativi del pontefice del tempo di stabilire un governo teocratico a Firenze. Tuttavia egli evita ogni pratica estremistica, pur rimanendo coerente nelle sue convinzioni politiche, che manifesta senza timori nelle sue opere dottrinali: anche quando sarà costretto all’esilio da una condanna in contumacia, mai nutrirà sentimenti di odio o di vendetta contro la sua città.
Allora egli si scaglia contro i corrotti assetati di potere e nella sua Divina Commedia ridisegna le regole di un gioco, quelle della dignità nmana, che in molti a Firenze avevano dimenticato, sistemando la complessa situazione socio-politica fiorentina ed italiana in un impianto di giustizia “super partes” con nomi e fatti. Ci appare ingiusta e superficiale l’osservazione della critica positivista, che attribuiva al Poeta l’appellativo di “giustiziere dei potenti”. Anzi: Dante è coraggioso osservatore, obiettivo sereno e fedele della società corrotta del ‘300.
Ora, le sue pesanti critiche, le condanne, il risentimento per una società arrogante e priva di ideali sono l’effetto di una reazione, seppure di parte, ad un contesto storico allo sfascio. Dante prende posizione, dando prova di grande dignità: interpreta la giustizia, anelando alla libertà politica e civile dell’individuo, mai scendendo a compromessi. Sceglie l’esilio ma non si piega alla legge violenta del più forte. Ad ogni modo la personalità di Dante si manifesta evidente soprattutto nella complessità e nella diversificazione dei contenuti. In nessun’altra opera, come nella Divina Commedia, un poeta è mai riuscito ad esprimere tanta vastità di cultura, tante conoscenze, tanta abile architettura nel regolare l’impianto narrativo, senza cadere nella monotonia o nella sproporzione. In tale componimento si manifesta la volontà di un pensiero’ multiforme, di una mente attenta al presente, al passato e al futuro. Ciò però va detto senza mai perdere di vista il limite delle concezioni ideologiche e filosofiche in voga nel ‘300.
A Dante viene altresì riconosciuto il merito, di aver indicato il Volgare parlato come la lingua del futuro: ciò comunque non esprime appieno le motivazioni letterarie del Poeta, siccome potrebbe sembrare un fustigatore della madre lingua latina. In effetti la sua attenzione per la Lingua dei Dotti non scema: al latino Dante riconosce la solenne funzione di lingua universale, mentre il Volgare assume quella di veicolo di parola, con tutte le caratteristiche di lingua pratica ed essenziale. Il livello politico di parte è invece vissuto da Dante con equilibrio e saggezza umana alla luce di quella dignitas di cui abbiamo già detto: egli nella disputa in corso sull’affidamento del governo della città all’Imperatore o al Papa, si pone senza mezzi termini a sostegno di una tesi unitari, laddove l’Imperatore è guida politica e temporale dell’umanità ed il Papa spirituale. Divisione dei poteri quindi, che anticipa di 6 secoli l’idea liberale del Cavour.
Un ultimo pensiero va all’elaborazione accurata dei contenuti amorosi: anche qui assistiamo ad una concreta evoluzione dei concetti, per cui se nel Dante prima maniera osserviamo un’interpretazione della donna come creatura angelica, intimamente connessa agli stereotipi stilnovisti, già in adozione a molti poeti suoi contemporanei, successivamente egli si discosta da questa teoria limitativa, esasperante della donna e dell’amore cortese o giocoso. Soprattutto nel suo capolavoro Dante ricompone il personaggio “donna”, affidandole una funzione ben più vasta e complessa, eternatrice dei valori umani, purificante e totalizzante. La donna, e nel caso specifico Beatrice, assurge da monotono essere angelico e da strumento di tormento, di dolore o di gioia per l’uomo a pura identità ideologica, a pensiero finalizzato, a concetto ispiratore di vita ed elemento concreto di riferimento, nella visione e nella concezione del mondo.

 
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