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la Campania che non conosci

Il Risorgimento italiano nella sua prima fase: dal 1820 al 1848. Cause sociali, politiche ed economiche. Significato storico dei risultati raggiunti da quei moti.

di Vincenzo Napolitano

MazziniSotto l’influsso degli sviluppi politici, economici e culturali, che  ebbero luogo in Europa, anche la società italiana o, per meglio dire, le regioni italiane meglio collegate all’Europa, per ragioni storiche e geografiche, progressivamente cambiarono volto tra il 1830 ed il 1848. In questo arco di tempo si fondarono le premesse del Risorgimento, soprattutto al nord, dove l’impulso del capitalismo agricolo si fece sentire più manifesto, insieme ai primi segni di trasformazione industriale, in larga misura collegata all’agricoltura. In questo contesto assunsero maggiore e più precisa fisionomia le forze sociali ed intellettuali, le correnti politiche e di opinione che più tardi divennero protagoniste della parentesi risorgimentale, Dal punto di vista economico, le regioni italiane non compirono il rapido processo industriale, che contemporaneamente avvnne in altre nazioni europee; in pratica, la rinascita economica si limitò all’Italia setentrionale. Di fatto, due ostacoli principali, insieme con diversi altri secondari, impedirono lo sviluppo dell’economia degli Stati italiani: la scarsità dei capitali e la ristrettezza dei mercati di consumo, che era poi la conseguenza dello spezzettamento politico della penisola e delle cattive comunicazioni.
Nel primo ventennio dell’Ottocento acquistarono una precisa fisionomia le forze sociali ed intellettuali, che avrebbero avuto poi il peso determinante nello svolgimento delle lotte risorgimentali. La necessità di formare un mercato nazionale, auspicato soprattutto dalle forze imprenditoriali capitalistiche, fu uno dei motivi che guidò il processo unitario, ma nel complesso, l’unità nazionale italiana nacque prima come idea e programma politico, che come necessità economica. I moti rivoluzionari del 1830-31 misero in luce le debolezze dell’attività cospirativa di tipo carbonaro e dimostrarono  l’opportunità di superare i particolarismi locali: senza dubbio, quegli avvenimenti, scoppiati nell’Italia centrale, sull’onda della rivoluzione di luglio in Francia, segnarono l’ultima esperienza di lotta secondo i metodi ed i programmi delle società segrete, sorte durante la Restaurazione, e in particolare, della Carboneria. Il fallimento, determinato anche dal ripiegamento della politica francese e da un ennesimo intervento austriaco, consentirono di riflettere sui nuovi metodi e sui nuovi indirizzi d’azione politica da utilizzare. Si fece avanti in questo periodo l’alternativa democratica, popolare, unitaria e repubblicana di Giuseppe Mazzini e si rafforzarono le correnti del liberalismo riformista, generalmente favorevoli ad una soluzione federale del problema nazionale.
Gli ideali mazzinianii, che investivano con accenti religiosi il problema di tutte le nazionalità oppresse, pur assumendo un respiro europeo, si scontravano tuttavia contro la realtà degli Stati e del sistema politicio italiano: ambedue costituirono un duro ostacolo all’attuazione del programma rivoluzionario repubblicano. Tra rivoluzione e reazione, prevalse la prospettiva riformistica liberale, che prese vigore dalle fila della borghesia illuminata: essa assunse diverse fisionomie. Dal liberalismo moderato di Balbo, D’Azeglio e Durando, che prospettavano una civiltà europea e cristiana, al neoguelfismo divulgato dal Gioberti, il quale riteneva l’unità politica italiana legata ad una confederazione di Stati guidata dal Papa, al liberalismo democratico di Cattaneo, sostenitore di un’Italia federale, da realizzarsi sul modello svizzero. Per qualche tempo, alcuni principi, ed in primo luogo il re di Sardegna, Carlo Alberto si mostrarono disponibili ad accogliere talune delle istanze riformatrici, almeno per svecchiare i loro Stati, rimasti legati ad ordinamenti chiaramente anacronistici. L’avvento poi del pontificato di Pio IX, nel 1846, riformatore moderatamente liberale, costrinse altri sovrani italiani, anche dietro pressione popolare, ad adottare provvedimenti più democratici.
Tuttavia questo periodo del Risorgimento italiano va inquadrato, per essere compreso pienamente, nello scenario delle rivoluzioni, che quasi contemporaneamente si svolsero in tutta Europa:  i moti che portarono la Francia ad una trasformazione in senso democratico del rigime liberale e l’Austria e la Prussia all’instaurazione di nuovi sistemi costituzionali e rappresentativi, che sostituivano l’assolutismo; l’esplosione dei movimenti nazionali in molte regioni d’Europa.    Rispetto ai moti precedenti, il ’48 viene determinato dal forte desiderio di unità nazionale: Le aspirazioni diffuse di quei popoli non ancora raccolti in Stati nazionali, come gli italiani, i tedeschi, gli slavi, gli ungheresi, vennero ad intrecciarsi in vario modo, con le tendenze costituzionali, con i programmi democratici e con le attese di trasformazione sociale: si fece così largo l’idea, che ancora mancava nei moti del ’20 e del ’30, di una libertà dalla dominazione straniera, e quindi il concetto di indipendenza nazionale, nonchè dal predominio e dal privilegio dei ceti più forti. Il parziale fallimento dei moti del ’48, soprattutto in Italia, fu dovuto alla frammentarietà delle rivoluzioni che, seppure scoppiarono in quasi tutta la penisola, non ebbero coesione d’intenti ed azione coordinata. I patrioti percorsero tre strade e tutte  in qualche modo, legate a necessità localistiche: quella delle Costituzioni, quella delle insurrezioni popolari contro l’Austria, seguite dalla prima guerra d’indipendenza, e quella dei democratici,  con  le Repubbliche  romana  di  Mazzini e  veneta di Manin.
Nel complesso, la gran fiammata rivoluzionaria del 1848 si estinse o venne soffocata, sia per le sue interne contraddizioni, sia per il prevalere delle forze interessate alla conservazione sociale, sia per la reazione, ancora una volta vincente, delle potenze garanti dell’ordine europeo. Poco più tardi, Cavour, nella sua lungimiranza, dimostrò che l’indipendenza e l’unità italiana potevano compiersi solo se portate all’attenzione delle grandi potenze europee ed inserite nel crogiulo delle questioni internazionali.
L’insuccesso delle rivoluzioni d’Italia fino al ’48 venne diversamente interpretato, ma con motivazioni di fondo affini.Il moderato Cesare Balbo ritenne che l’errore principale dei patrioti del ’48 fu di ignorare che prima di ogni altra cosa occorreva raggiungere l’indipendenza, utilizzando le forze militari e politiche del Piemonte sabaudo. Di tutt’altro avviso fu il democratico Montanelli, secondo cui l’elemento di debolezza del ’48 italiano era stata la mancata elezione di un organismo nazionale coagulante e rappresentativo, sul modello dell’Assemblea costituente francese. Per Cattaneo infine, il ’48 aveva dimostrato che solo un’alleanza tra popoli oppressi contro i governi tirannici di ogni tipo poteva garantire libertà e indipendenza: asuo avviso era dunque mancato ilcollegamentotra i diversi movimenti nazionali, sul piano europeo. In realtà il processo rivoluzionario fino al ’48 insegnò soltanto che lo sviluppo delle idee nazionali non si poteva conciliare con il mantenimento dei vecchi assetti politici.

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