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I Decreti Delegati nella scuola italiana: il loro significato storico, sociale, politico e pedagogico

di Vincenzo Napolitano


scuola

La didattica, il rapporto intersoggettivo alunno-docente, la vita sociale della scuola italiana hanno subìto una radicale trasformazione a partire dalla rivoluzione studentesca del ‘69. Da allora e fino al 1973, anno della istituzione dei Decreti Delegati,molto è cambiato, anche se si è lasciato correre su diversi punti fondamentali dell’ordinamento scolastico, che andavano modificati: ad ogni modo, le prime normative, introdotte come strumento transitorio, sono in vigore da circa un ventennio, segno che lo spirito della riforma democratica nella scuola, è funzionale. Capita così che oggi i Decreti Delegati non trovino ancora piena attuazione, forse perchè cozzano contro una serie di misure obsolete, che sopravvivono come una sorta di compromesso tra vecchio enuovo: ad esempio, la piattaforma didattica, così come concepita dalla legge 477, stenta a trovare piena attuazione a causa dei programmi ministeriali di Gentile, che dalla loro entrata in vigore nel 1923 ad oggi, sono rimasti pressochè immutati; essi sono fortemente anacronistici, chiusi alle trasformazioni dei tempi, idealistici nei contenuti. Storicamente il rinnovamento nella scuola è il risultato delle lotte democratiche, che si combatterono in Europa a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70: in quegli anni la scuola di Francoforte introdusse “la dottrina della rivoluzione”, contro le ferree gerarchie del potere. Protagonisti di questo fondamentale periodo di storia recente furono i giovani intellettuali, i quali nei loro interventi minarono la stabilità delle strutture piramidali in ogni campo della vita sociale, quindi anche nella scuola, che fino al ‘68 era autoritaria e fortemente chiusa nel suo conservatorismo. Il movimento intellettuale, nato in Francia ed attecchito presto negli Stati Uniti, tardò a diffondersi in Italia, dove negli anni ‘60, il terreno politico e sociale non era ancora pronto alla trasformazione democratica. Come spesso accade l’impatto ideologico tra due culture profondamente diverse fu cruento: in Italia i giovani intellettuali lottarono da soli ed in un certo senso furono guardati con indifferenza ed indignazione dalla società-bene, contro il cui meccanismo perverso essi si rivoltavano. Il disegno politico portò comunque nuova linfa al desiderio di libertà e di trasformazione democratica, grazie anche all’apporto del sottoproletariato. Nacque così un rapporto nuovo tra intellettuali, proletariato e sottoproletariato, stimolato alla fine degli anni ‘60 dalle teorie di Marcuse sul problema dell’alienazione ideologica della società industrializzata: egli pose l’indice sulla dimensione consumistica moderna. I giovani del ‘68 lottarono per un ritorno ai valori democratici, alla dignità umana, all’essere. Fu una battaglia culturale e quindi politica che puntava al rinnovamento della società, da cui non furono estranei intellettuali come Fromm. Come dicevamo, nel ‘68 il movimento scese in piazza e andò al popolo; ciò accadde prima negli Stati Uniti, dove la coscienza di classe era più radicata, e poi in Europa. Qui la protesta raggiunse i bassifondi soprattutto in Francia, la prima nazione ad accogliere il testimone del rinnovamento, grazie all’intervento ideologico di Sartre. Fu proprio la Francia a coinvolgere nel movimento la fascia proletaria, gli operai, che da allora si resero protagonisti, in seno marxiano, dell’opera di trasformazione, attraverso l’esperienza traumatica del “maggio francese”, mentre più difficile fu organizzare il frammentario mondo del sottoproletariato. In Italia la protesta giunse nel ‘69 e fu raccolta dagli intellettuali e dagli studenti, che recepirono per primi l’esigenza di trasformare democraticamente il sistema e l’ordinamento scolastico. Fino al ‘63 il rapporto che legava il preside ai docenti e i docenti agli alunni era disciplinare, autoritario e monolitico. Prima di quell’anno la scuola era fortemente selettiva, in quanto dopo le elementari avveniva lo sdoppiamento del canale d’istruzione per abbienti e meno abbienti (media ed avviamento): l’istituzione della scuola media dell’obbligo pose fine a questo tipo di discriminazione. Tra intellettuali e studenti si formò un fronte comune che coinvolse in prima fila anche gli insegnanti, preoccupati di dare libertà e creatività al loro compito di educatori; così nel ‘69 vennero le prime vittorie, che ad ogni modo ebbero il sapore del compromesso: in primo luogo fu abbattuta la barriera esistente tra docente ed alunno, alla ricerca di un dialogo educativo più realistico. Iniziò allora il processo di rinnovamento che toglieva all’insegnante il ruolo di protagonista, lo rendeva disponibile allo scontro sulle problematiche sociali e libero dagli archetipi fissi e ripetitivi che imponevano i programmi Gentile. Così, nei primi anni ‘70 le scuole vennero nuovamente occupate in Italia come in Francia: gli studenti, con gli insegnanti ed i genitori scesero in piazza a fianco dei sindacati in sciopero, per chiedere uno statuto democratico per la scuola. Nel ‘69 un primo passo era stato fatto dal ministro Sullo, con l’istituzione dei nuovi Esami di Maturità, non più basati sul conferimento di tutte le discipline, in modo nozionistico, ma con una prova che potesse accertare l’effettiva maturità del candidato, Quell’esame introdotto come un esperimento transitorio resiste da più di un ventennio. I nuovi scioperi del ‘72 e del ‘73 portarono all’emanazione dei primi cinque Decreti Delegati, che resero la scuola non più autoctona, ma aperta alla società. La riforma scolastica fece innanzi tutto chiarezza sullo stato giuridico del personale direttivo, ispettivo, docente e non docente (l.477del 30.7.73); furono istituiti gli organi collegiali. Il 30.5.74 il Governo emanò i Decreti Delegati, n.416, 417 e 419, poi convertiti in legge dal Parlamento. Furono in gran parte accolte le richieste della piazza e nella scuola spirò una ventata di democrazia e di partecipazione. Con la 416 venne annullato il concetto di scuola a sviluppo piramidale della Gentile: il preside non regolava ed imponeva più da solo il funzionamento della scuola, che ora veniva gestita anche dal personale docente e non docente, dagli studenti e, la grande novità, dai genitori; in tal modo, la scuola si apriva per la prima volta all’esterno. Veniva istituito il Consiglio di Classe e il Collegio dei Docenti, organo importante e decisionale in merito alla programmazione ed all’indirizzo didattico; il Consiglio d’Istituto, aperto ai genitori e agli studenti delle secondarie superiori, a presidenza elettiva, a cui venivano affidati compiti amministrativi e di gestione delle spese; il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, organo propositivo e di coordinamento tra la base ed il Ministero. Lo spirito della riforma tese quindi a ridare dignità all’insegnante (417): in particolare fu rimesso in discussione il limite della libertà d’insegnamento; ancora oggi il problema è controverso, in quanto le normative sullo stato giuridico del personale codificano tale libertà al settore didattico e la personalizzazione dell’insegnamento viene filtrata dal Collegio dei Docenti. Anche se nella sostanza lo smantellamento dell’apparato monolitico è avvenuto, sopravvivono leggi e leggine che consentono ambiguità di interpretazione sulla libera organizzazione del lavoro dell’insegnante: in pratica gli è stata riconosciuta dai Decreti Delegati del ‘74 la sola libertà metodologica. Molto è cambiato dal ‘69 ad oggi nella struttura scolastica: il preside è stato detronizzato e fortemente limitato nei suoi poteri, tanto che oggi egli espleta una funzione rappresentativa e di supervisione; il docente da semplice strumento di applicazione di canoni d’insegnamento precostituiti diventa un operatore culturale, come afferma Fraboni. La scuola è comunque ancora lontana dal rinnovamento completo, si mostra anacronistica, inadeguata ed impreparata alle necessità di una società tecnologica in continua evoluzione: le lezioni sono ancora legate al nozionismo e non sviluppano il senso critico e la partecipazione attiva dello studente. Proprio per consentire effettive trasformazioni metodologiche i Decreti Delegati hanno introdotto nuove tecniche di gestione didattica (419), come la ricerca, la sperimentazione per gli studenti e l’aggiornamento per i docenti. Ma anche la mancata o parziale applicazione di tali criteri o il fatto che l’insegnante debba rendere conto del suo metodo al Collegio dei Docenti è il segno che lo spirito della legge è stato tradito. La 517, emanata nel ‘77 ad integrazione dei Decreti Delegati, tese a modificare alcuni punti sulla programmazione non del tutto chiari, riconoscendo l’esistenza di categorie deboli e penalizzate dalla scuola ordinaria, come gli handicappati, non più visti come elementi speciali, da ghettizzare o emarginare, ma come parte integrante del contesto scolastico, quindi da recuperare attraverso ogni possibile intervento di solidarietà sociale.

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5 Risposte to “I Decreti Delegati nella scuola italiana: il loro significato storico, sociale, politico e pedagogico”

  1. [...] Zoom di marzo. In copertina la reazione sociale contro il vile attentato al sindaco di ArpaiaI Decreti Delegati nella scuola italiana: il loro significato storico, sociale, politico e pedagogic…Sabato 28 marzo, Jerry Calà al Sirius di MontesarchioScuola, Entro il 28 febbraio le domande di [...]

  2. Benedetta said

    Rinnovare ogni tanto le vecchie conoscenze fa bene alla memoria e a un migliore svolgimento del proprio lavoro.Grazie per aver trovato le notizie che cercavo.Complimenti.

  3. Enzo Corbo said

    Gent.mo collega,
    questo nuovo anno ha visto nella mia scuola un eccessivo protagonismo dirigenziale, sotto la ventata di una nuova dirigenza si è voluto far passare, a parer mio, anche una illegalità travestita da legalità. Vengo al dunque. Il dirigente ha concesso la prima assemblea di Istituto regolarmente richiesta dagli studenti, limitando la stessa solo alla quarta e quinta ora di lezione, disponendo che coloro che avevano da orario la sesta tornassero in classe. Il sottoscritto, interpretando i decreti Delegati, nel caso specifico il 416, ritiene che sia stata commessa una illegalità. L’assemblea deve essere svolta nell’arco di una giornata ( cioè nell’arco delle ore di lezione della giornata) e di una volta al mese.Spezzettare l’assemblea rilegandola a sole due ore è un fatto puramente arbitrario e lesivo dei diritti degli studenti. Quando ho fatto notare tutto ciò, sono stato zittito, con espressioni del tipo ” lei non conosce la legge” oppure sta mentendo”. Le chiedo un suo parere, che vorrei in tutta tranquillità far leggere ai miei studenti affinchè ,possano prendere coscienza una volta per tutte della situazione…e chiarire a me stesso se sono io nella illegalità. Grazie anticipate e buon lavoro.

    • Gentile Amico, Lei ha interpretato alla perfezione. Esistono diverse circolari ministeriali che regolano la questione, ma spesso capita che alcuni dirigenti modellino la fattispecie a proprio piacimento. La norma è chiara e tutela la partecipazione democratica alla vita scolastica: gli studenti, una volta fatto l’appello, hanno diritto a riunirsi in assemblea (anche senza la presenza dei docenti, basta la serveglianza esterna) per discutere liberamente dei loro problemi scolastici. Il dirigente può decidere l’orario d’inizio dell’assemblea, ma non può pretendere il rientro in classe una volta terminata. Non lo prevede alcuna normativa. Faccia presente il caso all’assemblea dei genitori (o alla RSU d’istituto). Saluti.

  4. Anna said

    La funzione democratica dei decreti delegati nella vita scolastica è stato un forte contributo alla formazione dei giovani alla futura partecipazione politica nazionale, ma non è stata presa seriamente in considerazione, in quanto alcune scuole non pretendono l’appello. per cui i giovani approfittano per fare un giorno di vacanza.annaa

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